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		<title>Quando il gioco non è più libero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Grassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2025 18:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gioco]]></category>
		<category><![CDATA[brian sutton smith]]></category>
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		<category><![CDATA[teoria gioco]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa succede quando un gioco non è più "libero"? Tra atleti professionisti, gamification aziendale e giochi imposti, esploriamo i confini del pensiero ludico da Caillois ai teorici contemporanei.

Un'altra pillola di cultura ludica a cura di Roberto Grassi!]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Cosa succede quando un gioco non è più &#8220;libero&#8221;? Tra atleti professionisti, gamification aziendale e giochi imposti, esploriamo i confini del pensiero ludico da Caillois ai teorici contemporanei.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Caillois e il gioco &#8220;libero&#8221;</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="2560" height="1707" src="https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-scaled.jpg" alt="Photo by 8 verthing on Unsplash" class="wp-image-14623" style="width:342px;height:auto" srcset="https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-scaled.jpg 2560w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-300x200.jpg 300w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-1024x683.jpg 1024w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-768x512.jpg 768w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-1536x1024.jpg 1536w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-2048x1365.jpg 2048w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/GameOn-700x467.jpg 700w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Un bambino obbligato a giocare si diverte davvero? Un videogiocatore che si collega ogni giorno per non perdere un bonus, sta ancora giocando? Un atleta che vive di sport professionistico, gioca o lavora? Domande semplici, ma tutt&#8217;altro che banali. Soprattutto se si prende sul serio uno dei criteri fondamentali con cui <strong>Roger Caillois</strong>, nel 1958, definiva il gioco: la <strong>libertà</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel suo celebre saggio &#8220;<em>I giochi e gli uomini</em>&#8220;, Caillois individua sei tratti distintivi del gioco: <strong>Libertà</strong>: il gioco è volontario. Se è imposto, cessa di essere tale; <strong>Separazione</strong>: si svolge in un tempo e spazio delimitati; <strong>Incertezza</strong>: l&#8217;esito non è predeterminato; <strong>Inutilità</strong>: non produce vantaggi materiali diretti; <strong>Regole</strong>: è regolato, ma con norme proprie; <strong>Finzione</strong>: si muove in un mondo simbolico, distinto dalla vita reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La libertà viene posta come condizione necessaria: <em>&#8220;Il gioco è libero, o non è gioco&#8221;</em>. Ma è davvero così? Nella pratica quotidiana, esistono molti giochi non liberi.<strong> </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello <strong>sport professionale</strong>, un atleta si allena con fatica, gioca per vincere premi e stipendi, secondo ritmi serrati. Dov&#8217;è la libertà? Nella <strong>gamification aziendale</strong>: premi, classifiche e badge usati per aumentare la produttività. Il gioco viene <em>imposto</em>, anche se con linguaggi ludici. Dov&#8217;è la libertà? Nella produzione di <strong>streaming riguardo i videogiochi professionali </strong>il gioco diventa contenuto, mercato, branding. Dov&#8217;è la libertà? Nel <strong>gioco in ambito educativo o terapeutico</strong>, il gioco viene usato come strumento per uno scopo esterno (insegnare, curare). Dov&#8217;è la libertà? (In questo caso viene anche violato il principio dell&#8217;inutilità. In tutti questi casi, c&#8217;è il rischio che il gioco diventi <strong>funzione</strong>, <strong>prestazione</strong>, <strong>strumento</strong>. Esattamente ciò che Caillois escludeva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, non è mia intenzione screditare tutti questi usi ed &#8220;estensioni&#8221; del gioco in ambiti vicini riguardo la sua applicazione, ma quello che voglio dire è che, delle due l&#8217;una. O Caillois è superabile, oppure non dobbiamo usare la parola &#8220;gioco&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il gioco come ambiguità e come &#8220;modo di essere&#8221;</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash-1024x683.jpg" alt="Photo by Markus Winkler on Unsplash" class="wp-image-14624" style="width:358px;height:auto" srcset="https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash-300x200.jpg 300w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash-768x512.jpg 768w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash-700x467.jpg 700w, https://gattaiola.it/wp-content/uploads/2025/07/markus-winkler-09tm7m2tedo-unsplash.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><strong>Brian Sutton-Smith</strong>, in <em>The Ambiguity of Play</em> (1997), rifiuta un&#8217;unica definizione di gioco. Ne individua <strong>sette retoriche</strong> (dal progresso all&#8217;identità, al potere, al destino&#8230;) e mostra come il gioco possa servire a molti scopi, non tutti &#8220;inutili&#8221; o liberi. Secondo Sutton-Smith, il gioco è un <strong>campo semantico ambiguo</strong>, dove ciò che conta è come viene vissuto e interpretato, non tanto come è classificato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Miguel Sicart</strong>, in <em>Play Matters</em> (2014), supera il problema partendo da un altro presupposto: <strong>il gioco non è solo un&#8217;attività, ma un atteggiamento</strong>, un modo di essere nel mondo. Si può giocare in modo serio, obbligato, persino costretto, purché si mantenga uno spirito di apertura, di significazione, di interpretazione personale. Per Sicart, il gioco non è evasione: è <strong>relazione, espressione, agency</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla luce di queste prospettive, si potrebbe dire che <strong>un gioco può non essere libero</strong>, e restare comunque gioco. Oppure, che <strong>la libertà ludica non è assenza di regole</strong>, ma capacità di vivere le regole come parte di un&#8217;esperienza dotata di senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso resta: più cerchiamo di definire cosa sia il gioco, più esso ci sfugge. E proprio qui sta, forse, il suo fascino più grande.</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"><em>Nell&#8217;elaborazione di questa ricerca e di questo testo è stata utilizzata l&#8217;AI</em></p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Se siete interessati potete seguire il mio podcast sul gioco a questi link:</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"><a href="https://www.spreaker.com/podcast/gioco-realta-e-finzione--6802783">https://www.spreaker.com/podcast/gioco-realta-e-finzione&#8211;6802783</a><br><a href="https://open.spotify.com/show/2gCeM8YcXXf5eoqXXJ5q15"><a href="https://open.spotify.com/show/1WgHhQYFXNYv3Bp9aLcNX1">Gioco, Realtà e Finzione | Podcast on Spotify</a></a><br><a href="https://www.robertograssi.net/levity/podcast">https://www.robertograssi.net/levity/podcast</a><em>.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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