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Tutti dentro la Stanza Profonda. Con Vanni Santoni e Lorenzo Trenti, presentazione del libro @LuccaComics sabato 4 novembre

Brufolosi, puzzolenti, magari quattrocchi. Scarsa introduzione sociale, molta cultura, cinema e libri, formule, tabelle, inglese e illustrazioni. Eravamo noi, negli anni ’90, la seconda generazione dei giocatori di ruolo che si affacciava a un mercato agli albori, a un mondo già in crisi e, non ultimo, alla propria giovinezza. Erano gli anni in cui è nata Lucca Games, il padiglione ideato da Renato Genovese e fondato insieme a Beniamino Sidoti, Roberto Rog Gigli e Cosimo Lorenzo Pancini, che ha traghettato l’intera manifestazione fino a divenire l’evento di portata mondiale che conosciamo.

Erano gli anni in cui, però, non era affatto figo né giocare né leggere fumetti iniziando dal fondo, men che meno ritirarsi in stanze con aria stantia per passare 3-4 ore a filo sopra schede e libri agitando dadi, matite e gomme. No: non eri normale.

Te lo dicevano i tuoi genitori (o chi per loro), te lo dicevano i compagni. Un po’ meno i professori, anche perché in classe ti avevano chiamato per istruire la difesa dei giochi di ruolo controargomentando qualche pretestuoso ed assurdo articolo uscito “sui giornali”. Eri strano, diverso, isolato. Era così difficile far capire cosa facevi! E la spiegazione confezionata per tutte le occasioni “niente: ci troviamo e partecipiamo ad una storia raccontata da uno di noi”, non ha mai potuto funzionare. Al massimo ti lasciavano in pace per un po’.

Eri un nerd quando la parola significava “sotto la soglia del socialmente accettabile”. E anche un po’ sotto la decenza. Sfigato, insomma. Cioè prima che la nostra generazione avesse uno stipendio da spendere, magari zero figli, e i nostri coetanei che lavorano al marketing delle aziende dell’industria culturale potessero iniziare a farci sentire fighi rivendendoci i nostri sogni di bimbetti (stranger things? Star wars? 2049? E il kinder cerealè?).

Vanni Santoni ha fotografato quel momento “magico” lì. Magico, si fa per dire. Nel senso di magico nell’adolescenza c’è che a un certo punto finisce. Ancora di più se la vivi in un contesto sociale come quello della provincia (per esempio di Montevarchi, per esempio dico). E in cui l’apertura di un libro che sia uno ti manda in prigione direttamente e senza passare dal via. E in cui quindi, l’individuazione di un gruppo di gente come te che ti sta appresso, ti dà corda, e con cui entri in una meravigliosa sintonia creativa, è come aver trovato il tuo angolo di paradiso in questo sporco mondo. E allora te ne freghi e te ne vai alla grande, e anche “in real life” ti chiami col tuo “vero” nome (perché, giocando, in realtà hai scoperto qual è), e capisci finalmente che, in realtà, non stai evadendo da nulla (come ti accusano di fare): stai entrando in qualcosa. (“Foste i primi ad accumulare immaginari”, scrive Vanni) E il tempo si ferma fino a quando non esci. E, lì dentro, la realtà non ha il permesso di entrare.

“Giri per il mondo, hai la mappa del mondo. Entri in una città, un quadratino nero sulla mappa del mondo, ed ecco da lì aprirsi una mappa della città. Fai uno scontro in una taverna, e subito si disegna la mappa di quello stanzone, tavoli e sedie e banco, per permettere posizionamenti e spostamenti tattici. Qualunque quadratino bianco, qualunque dungeon, è sempre pronto a dipanarsi in dedalo, in formicaio di mostri e trappole, cunicoli oscuri e sale mirabolanti. Se la parola crea il mondo, la mappa circoscrive il possibile, l’area specifica delle vertigini: ogni bosco può nascondere una strega, ogni villaggio adoratori del demonio, ogni pozzo, grotta o tomba un dungeon…”

Bene ha fatto Lollo a definire “La stanza profonda” di Vanni Santoni (Laterza editore) una biografia non autorizzata della sua giovinezza. Concordo e sottoscrivo, anche se in quanto “femmina” (una delle pochissimissime all’epoca, e per di più che NON giocava perché il ragazzo ce la trascinava, anzi. ..Ma ce n’è una anche nel gruppo di Vanni… cioè del protagonista del libro via). In quanto femmina, dicevo, da una parte avevo anche altri spazi sociali (sport, musica ecc – del resto anche nel romanzo di Vanni, Leia è l’unica che, alla fine, non solo è una giocatrice sofisticata, ma è anche l’unica del gruppo che utilizza quell’esperienza nel mondo “vero” del lavoro, con i giochi di ruolo aziendali), dall’altra i “maschi” si contenevano un attimo in mia presenza, il che aiutava una convivenza civile e sufficientemente igienica, e permetteva anche a qualche giovane Master il lusso di divagare le storie con filoni romantici.

La scelta di narrare la storia in seconda persona e uno stile molto vicino allo stream of consciousness del libro di Vanni mi ha dato l’impressione esatta di tornare in quegli anni, di “stare pensando” quello che leggevo. Questo non solo per l’audacia del “tu”, ma credo per una “responsività interpretativa” che in qualche modo, per chi gioca, è diventato un tratto esistenziale. Ancora oggi, quando gioco, il PG mi permette di far emergere vissuti, sensazioni e desideri che a stento, altrimenti, avrebbero licenza di presentarsi. Ed è un po’ questo “il gioco” che Vanni stesso, a mio avviso, intrattiene con i suoi personaggi. Esattamente come un master con il suo gruppo. Li solletica con vicende ed eventi che ha creato apposta per loro, per innalzarli o addolorarli, e per condurli attraverso la buona storia che solo un buon rito (come il gioco è, e come Vanni fa dire ai suoi), può fare. “Poiché il ruolo del dungeon master è far accadere la cosa giusta e quello dei dadi legittimarlo, non viceversa.”
L’intimità e l’intesa che si creano in un buon gruppo, non sono paragonabili ad altro se non a quella familiare sensazione che solo intorno ai 10-13 anni puoi avere con il tuo gruppo di amici. Quello di quando pensi che l’estate non finirà mai.[…] l’ombra […] del Paride, gli occhi neri di puro intelletto che capiscono le cose prima ancora di chi le sta inventando (quante volte, nel gioco, avevi seguito una sua intuizione per trovare lo sviluppo della storia?)…

Ma “La stanza profonda” non è un libro nostalgico: è un libro che racconta come un’avanguardia culturale (i giochi ma i gdr in particolare) sia diventata mainstream che con il suo costrutto culturale sia oggi alla base di tutti gli immaginari attuali e le loro esplorazioni crossmediali, e in particolare della rete, soprattutto i social, che come Santoni mette in evidenza prevedono esattamente la compilazione di una scheda personaggio. Il tuo. “In un simile contesto, il gioco di ruolo sarebbe poi giunto come il salto di paradigma definitivo: fatteli da solo, gli immaginari, fatteli con chi vuoi, fattene infiniti.”

È un libro che approfitta per raccontare 40 anni di storia del gioco in Italia, da Gary Gygax ad oggi, passando per Libri Games e Magic. Oltre che i protagonisti (compare anche Alessandro Ivanoff!), i titoli e i luoghi (Stratagemma a Firenze) che hanno fatto la storia del gdr in Italia. In un settore in cui, dopo il “mitico” “La maschera e il volto: il mondo virtuale e sociale dei giocatori di ruolo”, testo scientifico di Luca Giuliano (Proxima, 1992), e alcune centinaia di lavori fra tesi di laurea e pubblicazioni su internet, non ci sono testi specifici. È un libro che non è solo narrazione ma insieme cronaca e saggistica, che coglie nel segno e provoca: non a caso qualche mal di pancia lo ha suscitato nell’ambiente, perché del resto si fa fatica a riconoscerci in quel crudo ritratto.
E, alla fine, io questo libro l’ho trovato un meta-gioco, uno strumento di analisi di roba che abbiamo fatto per vent’anni. Se finora, del GDR si sono occupati studiosi e laureandi, oppure i giocatori stessi (ma mai in termini così pan-analitici), Vanni ha avuto il coraggio di scattarci una fotografia col grandangolo. Anzi un selfie. Senza filtri.

 

Sì, fa il Paride, ma i riti servono a qualcosa. Che so, per passare all’età adulta…
Perché, il gioco di ruolo non ti porta fuori dal contesto infantile per confrontarti con i pari?
A dodici anni sì. A quaranta mi pare più l’inverso.
Bene, mettiamola così: dopo una certa età diventa un rito per
non diventare adulti.

 

Candidato al Premio Strega 2017, “La stanza profonda sarà presentato sabato 4 novembre alle 17,15 in Sala Ingellis, all’interno del calendario de “Il ruolo del libro”, con un’introduzione mia e intervista di Lorenzo Trenti.

 

@annabenelu

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