01 Mar 2026 Play Therapy: il gioco che cura, all’Ospedale pediatrico Meyer
Anche dentro un ospedale, in un momento difficile come quello della malattia, è possibile giocare ed è importante poterlo fare.
Il gioco può portarci dentro e fuori, anche se siamo tra le mura e le finestre di una stanza d’ospedale. Per questo, l’1 marzo – Giornata Nazionale della Cura, abbiamo voluto fare una chiacchierata con Claudio Micheli, educatore della Cooperativa Sociale Arca che opera nell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, già ospite di FirenzeGioca.
Claudio, grazie per aver accettato questa intervista. Qual è il ruolo degli educatori all’interno dell’Ospedale Pediatrico Meyer?

“La nostra presenza è inserita nel progetto Play Therapy, finanziato dalla Fondazione Meyer. Il nostro obiettivo educativo è sostenere i pazienti durante il percorso di cura attraverso attività di gioco, artistiche, letterarie e creative. La nostra missione è stimolare e preservare quella che definiamo la “parte sana” del bambino. In un contesto ospedaliero c’è sempre il rischio di centrare tutto sulla malattia, perdendo di vista la totalità del bambino e i suoi bisogni di normalità e socializzazione.”
Al Meyer avete una ludoteca: è lì che “operate”?
“Il gioco è una delle attività che proponiamo. Ci sono stimolazioni artistiche come pittura, disegno, manipolazione, cartapesta, e attività letterarie con letture ad alta voce spesso collegate a laboratori tematici. La ludoteca è poi diventata “Ludobiblio” con l’aggiunta della biblioteca, un luogo dove genitori, familiari, personale sanitario ed educativo condividono l’esperienza del giocare insieme ai bambini ricoverati“.
Come si è evoluta la tua percezione del gioco nel tempo?

“Inizialmente credevo che giocare fosse semplicemente un modo per distrarre i bambini dalle cose brutte che stavano vivendo, per “donare un sorriso”. Ma con oltre 15 anni di esperienza ho sviluppato una percezione molto più complessa. In contesti che si giocano sul filo tra vita e morte, quando un bambino sceglie di giocare con un educatore, gli dona un ruolo molto importante. Il gioco è un potentissimo strumento di relazione che permette agli educatori di superare le difese dei bambini che soffrono, ai pazienti di conoscersi e condividere esperienze, e al personale sanitario di vivere con più serenità la relazione con i pazienti”.
Che differenza c’è tra il gioco come distrazione e il gioco educativo?
“Il gioco può essere usato per distrarre o come preparazione alle procedure mediche invasive, e questo è documentato in vari studi. Ma il gioco deve essere anche progettato, pensato, studiato per avere i connotati del Game-Based Learning, diventando strumento di apprendimento educativo, sociale e relazionale. Se progettato da una figura competente, oltre a mantenere il divertimento, il gioco può essere fondamentale per mantenere alta la capacità adattiva, la resilienza, la relazione sociale e la libertà di scelta“.
Come ti sei avvicinato al mondo del gioco?
“Come capita spesso, il gioco faceva parte della mia vita da bambino e adolescente, poi è stato abbandonato considerandolo poco serio per l’età adulta. Quando ho iniziato al Meyer, le mie conoscenze erano ferme ai giochi classici della mia generazione: Monopoli, Risiko, Forza 4. Sono state le mie colleghe ad introdurmi verso nuove tipologie, dai giochi di rapidità a quelli strategici, dai giochi di memoria ai party game. Il gioco è diventato il mio strumento privilegiato di lavoro e una passione da coltivare”.
Qual è il valore educativo del gioco in ospedale?
“Il gioco, insieme ad altre attività artistiche o di lettura, sviluppa soft skills legate alla capacità di instaurare relazioni positive, avere una percezione più chiara di sé, gestire stress ed emotività, sviluppare pensiero critico e creativo. In un contesto ospedaliero dove le priorità possono essere distorte dalla malattia, questo è fondamentale. Il nostro lavoro è prendersi cura della parte sana del bambino, permettendo la prosecuzione del suo sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo”.

Come funziona il “cerchio magico ludico” in ospedale?
“Seguendo Huizinga, cerchiamo di ricreare nella ludoteca questo “cerchio magico” con caratteristiche di accoglienza e condivisione. Generiamo la possibilità di instaurare relazioni tra bambini che possono durare anche dopo il gioco. Come diceva Winnicott, “lo scambio con l’ambiente attiva la crescita stessa” e “il gioco facilita la crescita”. Permettiamo ai bambini di “far finta” e agire “come se”, portandoli fuori dal contesto reale che stanno vivendo”.
Che tipo di utenza frequenta la ludoteca?
“La promiscuità del contesto ospedaliero ci permette di accogliere bambini dai 0 agli oltre 18 anni, con diversi tipi di disagio: cognitivo per patologie neurologiche, fisico per malattie che interessano l’aspetto corporeo, emotivo per ansie legate a procedure invasive. Possiamo osservare il gioco nelle sue fasi diverse: dai piccolissimi che nell’angolo morbido esplorano la realtà, ai bambini che coltivano il potenziale immaginifico impersonando ruoli diversi, agli adolescenti che usano il gioco per mettersi alla prova in un contesto protetto”.
Qual è l’aspetto più importante del tuo lavoro?
“L’aspetto educativo dell’utilizzo del gioco sta nei suoi aspetti motivante, coinvolgente e appassionante che hanno lo scopo di impedire l’atteggiamento di chiusura verso gli altri che potrebbe scaturire da una situazione traumatica. Offriamo giochi stimolanti per l’attività cognitiva che incentivano relazione e condivisione, permettendo al bambino di non abbattersi, non perdere la speranza e continuare a implementare le sue abilità. L’educatore può essere quella figura che ricuce le distanze tra bambini, mondo genitoriale e sanitario, con il fine della cura generale della persona”.
Che messaggio vuoi lasciare ai lettori?
“Non credo che il gioco abbia poteri particolari o possa risolvere tutti i problemi, ma credo che possa regalare fondamentali momenti di serenità, normalità e crescita ai pazienti. Offrire la possibilità di giocare e fare esperienze in ospedale, sperimentare competizione, cooperazione, sconfitta e vittoria in un setting protetto, è molto importante. Anche dentro un ospedale, in un momento difficile come quello della malattia, è possibile giocare ed è importante poterlo fare”.

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