Quando il gioco non finisce mai

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Quando il gioco non finisce mai

Da Pokémon GO alle app “idle”, il gioco è ovunque e sempre. Ma se non è più separato dalla vita, è ancora gioco?

Il principio della separazione

Foto di RDNE Stock project: https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-smartphone-seduto-giocando-7915284/

Un tempo si giocava… e poi si smetteva. Il gioco accadeva in uno spazio preciso (un campo, un tavolo, uno schermo) e in un tempo definito (dall’inizio alla fine della partita). C’era un “dentro” e un “fuori”. Ma oggi, nell’era degli smartphone, delle notifiche e delle app sempre attive, è ancora così? La telefonia mobile ha dissolto la separazione tra gioco e vita reale. La differenza sostanziale è stata che il dispositivo attraverso il quale viene eseguito il gioco è diventato un oggetto ordinario ed inseparabile dalla quotidianità. E questo cambia tutto.

Roger Caillois, nel suo classico I giochi e gli uomini (1958), affermava che ogni gioco si distingue dalla vita reale perché è “separato”:

“Il gioco si svolge entro limiti di tempo e spazio ben definiti, ed è isolato, distinto dalla vita ordinaria.”

Era un principio fondamentale. Anche Johan Huizinga, in Homo Ludens, parlava di “cerchio magico”: un recinto simbolico dentro il quale le regole cambiano, e fuori dal quale si torna alla realtà. Ma oggi, questo cerchio si è rotto.

La rivoluzione mobile ha trasformato il gioco in qualcosa di continuo, diffuso, interstiziale:

Giochi persistenti come Clash of Clans o AFK Arena proseguono anche mentre non li stai usando. Sei sempre in gioco.

Geogiochi come Pokemon GO o Pikmin Bloom ti chiedono di muoverti nel mondo reale, connesso al virtuale.

Notifiche push ti richiamano costantemente: “Il tuo villaggio è sotto attacco!”

Progressi legati al tempo reale: eventi, bonus giornalieri, premi se torni. Il gioco impone il suo tempo alla tua vita.

Gamification generalizzata: ogni app diventa gioco. Camminare (Strava), meditare (Headspace), studiare (Duolingo).

Il gioco non inizia e finisce: rimane sospeso.

E ci segue ovunque.

Addio al recinto

Ritengo interessanti fornire alcuni interessanti spunti ed approcci per considerare meglio la tematica.

Secondo Luciano Floridi viviamo in un ambiente dove digitale e fisico sono fusi (la cosiddetta Infosfera). Il gioco non è più un momento separato, ma un ambiente permanente.

Basandosi sulle teorie di Erving Goffman sul ‘framing’ (le cornici di riferimento all’interno delle quali mostriamo una “faccia” di noi stessi), ogni volta che apriamo una app di gioco sul telefono, compiamo un salto di frame. Ma questi salti sono sempre più frequenti, confusi, automatici.

Nell’approccio al gioco di Miguel Sicart “Il gioco non è un’attività, ma un modo di abitare il mondo.” Il gioco non ha dunque più bisogno di uno spazio protetto. Può accadere ovunque, se viene mantenuto un atteggiamento ludico.

Ma se tutto è gioco, il gioco perde potenza. Non c’è più separazione, non c’è più consapevolezza. Il gioco ti assorbe, ma tu non sai più quando stai giocando davvero.

Il “gioco continuo” è anche gioco coatto: se non entri ogni giorno, perdi. Se non rispondi, sei escluso. Il gioco è dappertutto, ma non sempre sei tu a decidere quando.

Nel mondo mobile, forse non serve più un gioco separato. Ma serve un gioco cosciente: che sappia di essere gioco, e non si camuffi da routine. Che abbia regole visibili, momenti di pausa, un “fuori”.

Il vero cerchio magico oggi non è uno spazio, ma un atteggiamento critico. Saper giocare, ma anche saper smettere.

Nell’elaborazione di questa ricerca e di questo testo è stata utilizzata l’AI.

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