Ludus anima mundi: Giada di Ruolo e la sua rivoluzione del gioco

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Ludus anima mundi: Giada di Ruolo e la sua rivoluzione del gioco

Potete incontrarla in giro per il mondo mentre racconta storie al gruppo con il quale cammina, impegnata in un turno di guardia oppure dietro il suo master screen, come in molti dei suoi video su Insta. È Giada di Ruolo, Taribelli nella vita vera (Tiribelli verrebbe subito da dire per giorcare al bersaglio!).

La seguiamo da tempo e ci siamo avventurate ad intervistarla!

(e lei tra le 10k cose che fa, ha pure trovato il tempo di rispoderci! Miao! >^___^<)


Ma partiamo dall’inizio: chi è e che cosa fa, Giada di ruolo?

Giada-Taribelli-Giada-di-Ruolo

È una pedagogista specializzata nella progettazione di esperienze educative innovative per ragazzi e adulti, con un focus particolare sull’apprendimento attraverso il gioco di ruolo. Durante gli anni di studio all’Università degli Studi di Milano Bicocca ha scoperto il mondo del gioco di ruolo, e da giocatrice entusiasta è diventata content creator poi game master, trasformando questa passione in uno strumento educativo.

La sua esperienza e conoscenza approfondita del gioco di ruolo le ha permesso di sfruttarlo per scopi educativi, formativi e divulgativi: negli ultimi anni ha collaborato con diverse realtà per sviluppare progetti che uniscono il potenziale formativo del gioco di ruolo alla pedagogia.


Giada, dove è possibile incontrarti e giocare con te?
Principalmente nei weekend e nei viaggi di Travels&Dragons, oppure con il progetto Il Turno di Guardia Adulti, dove non solo si giocano delle avventure che ho scritto io, ma abbiamo anche tanto tempo per conoscerci e vivere un’esperienza completa, visto che nel primo caso viaggiamo assieme e visitiamo posti incredibili per alcuni giorni, mentre nel secondo caso si tratta di un’esperienza formativa e di crescita personale, quindi scendiamo molto in profondità. E poi ci sono eventi e fiere, anche se ho sempre meno tempo di andarci, ma quest’anno ad esempio sarò presente a Bergamo Ludens e al Play. 


Qual è il tuo gioco preferito?

Ti direi il gioco di ruolo in generale, se parliamo di giochi. Quindi tutti quei giochi che permettono di costruire una storia assieme e di interpretare dei personaggi. 

All’interno del catalogo dei giochi di ruolo sicuramente utilizzo di più D&D perché è quello con cui ho più esperienza da giocatrice e da master, ma ad esempio per i progetti formativi ho sviluppato un sistema di gioco inedito e in generale mi rendo conto che mi piace giocare qualsiasi cosa sia abbastanza narrativa e lasci tanto spazio all’interpretazione.


Cosa è il gioco per te?
È difficile da spiegare quindi parto da una frase che prima o poi tatuerò: “ludus anima mundi”. Credo che il gioco sia ciò che accende le persone, che le diverte, che le emoziona, che fa in modo che entrino in relazione con gli altri in un’atmosfera di leggerezza. Dall’altro lato, però, è anche ciò che permette di apprendere qualcosa sul mondo in un ambiente sicuro e in modo divertente. 


A che età hai iniziato a giocare di ruolo? E ad approfondirlo? Attraverso quali strade?

Ho iniziato a giocare con D&D 5e nel 2017, quindi avevo 21 anni. Ho iniziato ad approfondirlo praticamente pochi mesi dopo: me ne sono innamorata istantaneamente e ogni volta che c’era la possibilità di provare qualche altro gioco a un evento o in fiera ero lì a tutti i tavoli. Poi ho iniziato a seguire campagne di actual play in cui vedevo altre persone giocare vari giochi e ho tirato dentro a questo hobby sempre più amici per avere diversi party. C’era un momento in cui avevo 3 party attivi e quindi giocavo più volte a settimana. Poi pian piano è diventato un lavoro e quindi anche adesso riesco a giocare tanto. 

Dei progetti che hai messo in atto e che hai in mente, qual è il tuo preferito e perché?

Troppo difficile sceglierne uno: è come scegliere tra i propri figli! Sicuramente però i miei preferiti sono quelli che sento di aver davvero contribuito a fondare e che hanno l’aspetto di “percorso” e di relazione con le persone molto approfondito: Il Turno di Guardia, Travels&Dragons e i corsi di formazione sul gioco di ruolo come strumento educativo per professionisti dell’educazione. Come dicevo nel progetto del Turno di Guardia ho la possibilità di convivere con gruppi di persone – di fasce d’età diverse a seconda del Turno – per alcuni giorni e di scendere in profondità partendo dal gioco di ruolo ed esplorando noi stessi. Si creano legami molto forti, c’è tanta condivisione e sostegno. Molte persone quando vanno via mi dicono: “dovremmo vivere sempre come al Turno di Guardia, tra giochi, storie e creando una comunità”. I viaggi di Travels&Dragons invece mi permettono di esplorare il mondo, di conoscere altre culture, di creare storie che riflettano le leggende di vari popoli ed è sempre coinvolgente ed elettrizzante. I corsi mi fanno conoscere tante persone che come me hanno il sogno di utilizzare questo strumento nel loro lavoro e ho l’opportunità di veder nascere e di accompagnare sogni e progetti in questo settore, di accendere tante altre piccole fiamme. 


Nella tua presentazione, parli di essere gitana e sognatrice: qual mondo vorresti?
Sì, mi sento sognatrice perché ogni volta che realizzo qualcosa che da sogno è diventato progetto e poi realtà, sono pronta a sognare di nuovo. I sogni sono ciò che mi fa camminare e mi dà una direzione precisa. Gitana perché seguo i miei bisogni, desideri, sogni e cammino in base a quello e non a ciò che mi dice di fare la società. 

Vorrei un mondo dove ognuno possa avere un tale livello di empatia e di auto-consapevolezza da non poter ferire l’Altro e prendersi la responsabilità del proprio sentire. Credo che questo sia il mio Centro, cioè la mia mission, quello che voglio portare con tutti i miei progetti e lavori, attraverso il gioco di ruolo: persone più empatiche e più consapevoli delle loro emozioni, paure, ferite e bisogni. 


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Gdr e pedagogia: 20 anni fa era un sogno, poi piano piano qualcuno ci ha creduto, a vari livelli, con vari progetti, ed oggi è “normale” (o strangerth… emh mainstream?) il gdr in molti ambienti, tra i quali anche la scuola. (le virgolette sono comunque d’obbligo ^_-)
Io ho scoperto il gioco di ruolo proprio all’Università in una lezione di Pedagogia del Gioco, quindi per me è stato da subito “normale” notare la potente connessione tra gioco e apprendimento, tra gioco e realtà. Però capisco quello che dici: i primi progetti in Italia che avevano come oggetto di ricerca il gioco di ruolo come strumento formativo sono degli anni ‘90, ma poi c’è stato comunque un vuoto per molti anni. Oggi le scuole inseriscono il gioco di ruolo soprattutto nei laboratori pomeridiani, per sviluppare una serie di competenze che sono state riconosciute a questa attività: empatia, capacità di espressione, creatività, problem solving, cooperazione… ovviamente ogni laboratorio ha poi degli obiettivi specifici anche a seconda di come sono vincolati i fondi dei bandi che arrivano. Sono ancora poche, invece, le scuole che danno spazio a questa attività all’interno delle lezioni come mezzo di apprendimento didattico e non solo educativo, quindi per veicolare nozioni, concetti e competenze del programma didattico, come saper fare le equazioni, tradurre da un’altra lingua, riconoscere una determinata formula chimica e così via. Però mi è capitato di collaborare con delle scuole anche in situazioni del genere.


Perché l’hai lasciata? Quali muri hai trovato, che non si riescono a scavalcare?
Quando lavoravo nella scuola come pedagogista avevo tutt’altro ruolo rispetto a ciò che faccio adesso: ero inserita in una realtà sperimentale in cui stavo con una classe delle superiori praticamente per tutto il tempo che passavano a scuola, in modo da poter osservare le loro dinamiche, l’efficacia o meno delle lezioni dei docenti, eventuali disagi di singoli studenti e così via. Il mio compito era osservare e pensare a come migliorare le dinamiche di gruppo, le lezioni dei docenti ed eventualmente fare interventi mirati su singoli studenti. Era qualcosa che mi appassionava molto, in realtà. Ho seguito una classe dalla seconda alla quarta superiore. Poi mi sono accorta che mi mancava qualcosa: parallelamente avevo iniziato a lavorare ai vari progetti con i giochi di ruolo e le ore in classe non mi appassionavano più tanto quanto invece facevano le ore di progettazione di avventure, meccaniche, giochi vari, o di relazione con altre persone. In classe non ero in una relazione costante con i ragazzi, anche se avevo costruito dei bei legami, ma era sicuramente diverso rispetto a un contesto come quello del Turno di Guardia dove vivi con loro in una casa per alcuni giorni. In classe non potevo esprimere pienamente la mia creatività: le soluzioni che potevo proporre dovevano comunque stare dentro a dei paletti che erano quelli della scuola. Avevo da sempre il sogno di sviluppare un mio progetto pedagogico da zero, quindi ho deciso di provarci. 

Pedagogia amore di bambina: hai un tuo metodo educativo? C’è una figura di insegnante o di autore di giochi che ti ha particolarmente influenzata?
Sì, ho deciso di fare la pedagogista quando avevo 9 anni guardando il film sulla Montessori. Mi ha ispirato perché ho visto questa donna che pian piano costruiva un metodo tutto suo, andando contro a tanti preconcetti, rigidità e vincoli dei suoi tempi. Mi sono detta che anche io avrei voluto prima o poi creare un progetto e un metodo tutto mio che fosse in qualche modo innovativo, se non rivoluzionario. Direi che ci sto ancora lavorando, però. Sicuramente utilizzare il gioco di ruolo in ogni progetto educativo e formativo che ho è qualcosa di abbastanza innovativo (anche se non sono assolutamente la prima a farlo, come dicevamo, ma forse in modo così continuativo sì). E lo sto comunque portando in sinergia con altri strumenti pedagogici, soprattutto per i debriefing. Non posso dire però di aver ancora creato nulla di totalmente nuovo, ho solo preso strumenti, metodologie e ispirazione da quelli che per me sono mostri sacri dell’ambito e li ho mescolati come mi sembrava più efficace. Sicuramente oltre a Maria Montessori tra i miei preferiti ci sono John Dewey, Riccardo Massa, Jerome Bruner, Stuart Brown, Eduard Claparède


Nella seconda parte dell’intervista, parleremo con Giada degli strumenti operativi e dei corsi di formazione per offrire conoscenze a tutte le figure educanti rispetto all’uso del gioco come strumento di crescita!

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