Escape room. Quando il gioco diventa una trappola mortale

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Escape room. Quando il gioco diventa una trappola mortale

Escape room: nei due film della saga, il passatempo diventa un dispositivo letale. A saltare è uno dei parametri fondamentali del gioco: la sicurezza dei giocatori.

La “sicurezza” dei giocatori (Safety)

Le escape room sono nate come intrattenimento sociale: un gruppo di persone chiuse in una stanza deve risolvere enigmi e indovinelli per uscirne entro un tempo limite. Un gioco collettivo, cooperativo, che fa leva sull’adrenalina senza mai mettere a rischio la vita reale dei partecipanti. La regola non scritta è chiara: ci si diverte perché, in fondo, non c’è nulla da temere.

Nei due film della saga Escape Room (2019) e Escape Room: Tournament of Champions (2021), questa regola viene completamente ribaltata. Quello che nella realtà è un passatempo sicuro e divertente diventa, sullo schermo, un meccanismo di morte. Roger Caillois, in I giochi e gli uomini (1958), elenca tra i parametri fondamentali del gioco la sicurezza: chi gioca sa di muoversi in uno spazio protetto, dove la posta in gioco non è mai la vita stessa. Anche Johan Huizinga, in Homo Ludens (1938), insiste sul carattere “inconsapevolmente serio” del gioco, che diverte proprio perché separato dalle conseguenze reali.

L’escape room cinematografica rompe questo contratto: mantiene regole, enigmi, competizione, ma cancella la protezione. Un gioco senza sicurezza smette di essere gioco e si trasforma in trappola. Non sono gli unici due film che affrontano questo concetto, tuttavia sono film che vale la pena segnalare.

I due film

Il primo film, Escape Room del 2019, diretto da Adam Robitel, ci introduce al dispositivo: sei sconosciuti ricevono un invito a partecipare a un’escape room con un premio in denaro. Le stanze sono realistiche, sofisticate, piene di enigmi. Ma presto emerge l’inganno: chi sbaglia muore, chi non risolve in tempo viene eliminato. La suspense nasce dal cortocircuito: i giocatori si aspettano divertimento, trovano la morte.
Il secondo capitolo (Escape Room: Tournament of Champions del 2021, stesso regista) rilancia la formula, mettendo insieme i sopravvissuti del primo film con altre vittime di giochi precedenti. Le stanze diventano ancora più spettacolari e crudeli: una metropolitana elettrificata, una banca piena di raggi laser, una spiaggia che si trasforma in sabbie mobili. Ogni ambiente è un puzzle letale. Le regole ci sono, la struttura ludica è intatta, ma la dimensione di sicurezza è definitivamente abolita.

Riflessioni

La forza di questi film sta proprio nell’infrangere il parametro della sicurezza. Se un gioco non protegge più i suoi partecipanti, cosa resta? Le escape room cinematografiche sono giochi truccati, esperimenti sociali che trasformano il divertimento in spettacolo crudele.

È la paura archetipica: e se il gioco non fosse più gioco, ma una maschera per la violenza?

Escape Room è più che un horror ad alta tensione: è una riflessione sul potere che si nasconde dietro le regole. Un gioco può diventare strumento di controllo e di eliminazione. Un monito, in tempi di gamification diffusa, sul rischio che i meccanismi ludici non siano più spazi liberi e innocui, ma dispositivi coercitivi.

Se siete interessati al mio podcast sul cinema di genere vi rimando a questi link:

Spreaker: https://www.spreaker.com/podcast/cinema-del-fantastico–6623250
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Nell’elaborazione di questa ricerca e di questo testo è stata utilizzata l’AI.

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