Cosa è un gioco?

Perché i bambini non giocano più? Chiedi a Mr Google. Intervista a Sigrid Loos (seconda puntata)

“Il gioco è un’esperienza formativa non perché ci sono i cosiddetti giochi educativi o didattici; il gioco è un’esperienza educativa comunque, qualunque tipo di gioco educa, che ci piaccia o no”.
Rodolfo Apostoli, scrittore e dirigente scolastico

La cultura ludica è qualcosa di molto variabile nel tempo e nello spazio. E riflette in pieno lo spirito di ogni epoca, essendone infatti un riflesso e un’espressione. Oltre ai giochi, particolarmente significativi in questo senso sono i giocattoli, come moltissimi studi storici e pedagogici documentano. Giochi e giocattoli che interessano gli esseri umani di ogni genere ed età, a seconda delle mode, delle convenzioni sociali e delle tecniche e tecnologie a disposizione. E, in quanto cultura, possono esprimersi come rottura o come avanguardia rispetto alle convenzioni (per il gioco di ruolo come avanguardia culturale vedasi il recente romanzo di Vanni Santoni “La stanza profonda”, ma ben prima il saggio di Luca Giuliano “La maschera e il volto” e poi “Inventare destini. I giochi di ruolo per l’educazione” di Andrea Angiolino, Luca Giuliano, Beniamino Sidoti).

Nella mia lunga intervista a Sigrid Loos (nella foto appositamente scelta, in compagnia del nostro collega ;)), che qui riporto suddivisa per tematiche (leggi il primo articolo), siamo partite dal “bisogno di gioco” che, nella sua esperienza decennale, ha rilevato tra i bambini. Sigrid Loos infatti vive e scrive di giochi, collabora ed ha collaborato con le più importanti realtà nazionali che operano in ambito di educazione alla pace dal Centro psicopedagogico per la Pace, al Centro Educazione alla Mondialità, al gruppo Abele, al WWF.

Ma… quale tipo di “gioco”?

C’è un gran bisogno di gioco – spiega – . Io ho l’impressione che oggi i bambini non giochino nemmeno più ai giochi tradizionali. O giocano poco, magari in qualche scuola ancora. Ma da quello che mi raccontano le maestre che usano quei giochi, si vede bene che rispetto a dieci-venti anni fa, ci sono parecchie difficoltà, prima di tutto motorie”.

Perché i bambini non giocano più? “Chiedi a Mr Google – mi risponde con una battuta – chiedi a Mr Facebook! Guarda solo i giocattoli nei negozi.. se si mettono sul mercato vasini con il tablet incorporato.. ti dice già tutto”.

Bene. Quindi la colpa è del mercato. O di chi lo subisce acriticamente e senza “freni inibitori”?

Io credo – prosegue la Loos – che ci sia un connubio tra, da un lato l’iperprotezionismo da parte dei genitori, dall’altro un inculcamento pubblicitario su cosa tu devi fare per il tuo bambino. Anziché lasciarlo libero a esplorare i suoi movimenti, lo incastriamo nell’ovetto”.
Cado dalle nubi. L’ovetto? O cosa c’entra? Ma se è il prodotto di punta suggerito/consigliato/senoncel’hainontifacciamoportareviailpupodall’ospedale del secolo?

A volte, nei miei corsi, faccio degli esperimenti interessanti: faccio mettere un adulto su una sedia, non a rotelle possibilmente, con un qualcuno dietro che spinge. Tipo sedia a dondolo – esemplifica – ma con un movimento più marcato. Gli adulti, ti garantisco, cominciano tutti a urlare, o a protestare. Ma questo è ciò che un bambino piccolo sperimenta quando viene portato in giro con l’ovetto”.

Si stava meglio quando si stava peggio? Tipo io sono cresciuta nel box… “C’è il vecchio box, per esempio – infatti! – il vecchio box che era un po’ un contenitore, grazie al quale la mamma poteva fare le sue cose e vedeva il bambino. Oggi anziché metterlo nel box, lo mettono in questi ovetti: il bambino sta sul tavolo e guarda tutto ma non riesce a muoversi e non può costruirsi i suoi schemi motori. Così, se poi va nel parco, è impacciato, cade dallo scivolo e si fa del male. Oggi farsi del male sembra una cosa tremenda! Una volta eravamo tutti pieni di ginocchia sbucciate, graffi dappertutto e, male che andasse, ci siamo anche prese degli schiaffi perché avevamo fatto qualcosa che non dovevamo fare. Oggi vogliono eliminare tutti gli ostacoli.

Ma questo iperprotezionismo, secondo te, da cosa deriva? È un dato generazionale? “Ho quasi l’impressione che vada di pari passo con l’aumento di internet e della tecnologia nel nostro mondo, nella vita quotidiana – ammette Loos -. Più siamo sedentari, più siamo incollati davanti a video station e al mondo del bidimensionale. Anche il consumo di video è infatti aumentato notevolmente rispetto a prima. Se è molto comodo piazzare un bambino davanti alla playstation, davanti alla televisione anziché lasciarlo gattonare per la casa, evitando quindi che ti smonti mezza cucina, perché non hai il tempo di stargli dietro, però così fai un danno”. Un danno agli occhi, spiega Sigrid, perché l’elevato numero di frequenze dei video genera fissità oculare e perché l’accumulo di stress visivo poi non può essere sfogato nell’ambiente di casa (per gli stessi motivi per cui il bambino è messo davanti a tv-pc-ps babysitter – l’uso canonizzato di abbreviazioni certifica che si tratta di oggetti di uso quotidiano -), e perché questa fissità insieme alle mancate esperienze di esplorazione spaziale non permettono lo sviluppo della visione in profondità, con la conseguenza che i bambini si muovono in modo incerto, difficoltoso, sviluppano poco schemi motori e movimenti, quindi giocano poco e si fanno male spesso. E giocando poco rinunciano ad occasioni di pratica, generando un circolo vizioso.

Un modo di giocare non solo sempre meno coinvolgente dal punto di vista motorio, ma sensorialmente selettivo e iperstimolante (vista, mani), solitario (anche quando comporta la partecipazione ad agon on line) e soprattutto competitivo.

Ma, di competitività, parleremo nel prossimo post!

@annabenelu

 

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